La storia d'amore di Sun Ge: la mia fidanzata Jingtian
Nota editoriale: questo articolo è l’opera satirica anonima La mia fidanzata Jingtian, diventata virale su Internet in Cina nel 2026. Il testo originale è stato pubblicato su GitHub sotto forma di progetto di impaginazione XeLaTeX (HEJustinSun/my-girlfriend-jingtian-latex, con 3,4k stelle già pochi giorni dopo la pubblicazione). L’intero testo è scritto come una narrazione fittizia in prima persona; l’autore non è il narratore della storia. Trama, dialoghi e comportamenti dei personaggi sono tutti frutto di invenzione artistica e non hanno alcun rapporto con la situazione reale di persone reali. Questa è una ripubblicazione integrale, destinata soltanto a documentare un fenomeno della cultura di Internet.
Il peso di un ovulo: tre virgola cinque microgrammi.
Il peso di cinquanta milioni di dollari in contanti: due tonnellate e mezza.
Nella telefonata dalla spiaggia di Montage Laguna Beach, Jingtian mi chiese il secondo e mise in pegno il primo.
Era lì per il prelievo degli ovociti. Il bambino concepito tramite maternità surrogata sarebbe nato nel 2027; se tutto fosse andato più in fretta, sarebbe persino nato nell’anno del Cavallo. Era stata lei a proporlo. Quando arrivò alla clinica, disse che senza cinquanta milioni non avrebbe fatto il prelievo.
Montage Laguna Beach sorge su una scogliera, con il Pacifico sotto. Prenotare tutto quel piano per trenta giorni costava un milione di dollari, per proteggerne la privacy. Lei se ne andò dopo otto giorni.
Per i ventidue giorni rimasti, le addette alle pulizie dell’hotel continuarono a salire ogni giorno come al solito. Me lo raccontò la mia assistente, che una volta le aveva incontrate mentre riconsegnava le chiavi: una donna messicana spingeva il carrello, entrava in ogni stanza, cambiava gli asciugamani, puliva le superfici, rimboccava le lenzuola, poi usciva e chiudeva la porta. Per completare un intero piano ci volevano due ore.
La mia assistente le chiese perché lo facessero, se non c’era nessuno.
Lei rispose che sul registro risultava che qualcuno ci abitava.
Una Versailles rimasta senza regina.
All’improvviso capii che a Jingtian piaceva proprio questo: le piaceva che un luogo restasse vuoto per causa sua. Che non succedesse nulla.
Insieme a Montage Laguna Beach restava vuoto anche un Gulfstream G700, parcheggiato con imbarazzo a Van Nuys, mentre l’equipaggio continuava a presentarsi ogni giorno come previsto.
L’ottavo giorno fece quella telefonata. Dopo, nessuno la vide più.
Nel 2007 c’era già qualcuno che spendeva soldi per lei. Quell’anno avevo appena iniziato alla Peking University.
Naturalmente, quel qualcuno non ero io.
Su QQ comparve una finestra: lei era la testimonial. Era proprio su quel vecchio computer Lenovo-IBM, con una risoluzione sfocata. Salvai l’immagine.
Navigavo dalla stanza del dormitorio della Peking University, dove un anno d’affitto costava mille yuan, e la trovai sulla rete interna dell’università. Le mandai una richiesta di amicizia. La rete interna chiedeva di inserire un messaggio; scrissi e cancellai, cancellai e riscrissi, per circa quaranta minuti. Alla fine inviai soltanto: «Ciao».
Non mi accettò.
Forse non aveva mai usato quella rete.
Negli anni successivi, ogni volta che facevo qualcosa mi ponevo la stessa domanda: a quale livello avrebbe accettato? Ci pensai quando raggiunsi il primo miliardo, e ci pensai quando raggiunsi i dieci miliardi.
Poi smisi. Renren era fallito da tempo.
Non mandai una seconda richiesta.
Nel 2011 Pechino era fredda. Comprai un piumino da centocinquanta yuan. Ricordo il prezzo perché esitai per tre giorni.
Nello stesso anno lei girò un film costato un miliardo e mezzo di yuan, The Warring States. Sun Honglei, Wu Zhenyu, Kim Hee-sun, Kiichi Nakai e Jiang Wu furono invitati come comparse, proprio come, diciannove anni dopo, Montage Laguna Beach e il Gulfstream G700. Non sapevano perché fossero lì; ormai erano venuti, quindi qualcosa avrebbe dovuto succedere, ma non successe nulla.
Poi arrivò The Great Wall, costato centocinquanta milioni di dollari. Zhang Yimou, Andy Lau, Matt Damon. Poi Jackie Chan. L’elenco dell’universo di Jingtian diventava sempre più lungo.
A quel tempo ero già negli Stati Uniti: studiavo, avviavo aziende, ero sempre più impegnato. L’unica cosa che non cambiò fu che, ogni volta che cambiavo dispositivo, per quanto fosse scomodo, trasferivo anche quell’immagine di QQ.
Diciannove anni dopo, nell’elenco comparve anche il mio nome.
Ci incontrammo per la prima volta al Rosewood Hotel. Avevo sempre pensato che quel giorno sarei stato nervoso.
Non lo fui.
Era più magra che nelle fotografie, vestita in modo casual, appoggiata al divano. La guardai e all’improvviso non ricordai più che cosa stessi aspettando.
La portai a vedere la banana di Cattelan. La osservò a lungo e mi chiese quanto costasse.
Sei milioni e duecentomila dollari.
Chiese cosa sarebbe successo se fosse marcita.
Rimasi in silenzio. Lei disse di lasciar perdere e di andare al cinema.
Dissi va bene.
Disse che nella sala non doveva esserci nessun altro oltre a noi due.
Dissi va bene.
Uscii per fare una telefonata. Quando tornai, era ancora davanti a quella banana.
Il film era Zootropolis 2.
Una sala cinematografica con due sole persone: una scena del genere di solito viene usata dal Dipartimento centrale della Propaganda per visionare i film.
Feci comprare alla mia assistente tutti i posti del cinema.
Avevo letto articoli che criticavano i biglietti acquistati per gonfiare gli incassi: tutti i biglietti venduti, e in sala soltanto due persone. Ora capivo che forse non serviva interamente agli incassi.
Comprare tutti i posti non era difficile; il problema erano i biglietti già venduti. La mia assistente e le guardie andarono davanti al cinema e, a chi aveva già comprato un biglietto, porsero contanti.
Arrivò una coppia con un bambino, che fuori dall’ingresso teneva già in alto i popcorn.
La mia assistente porse una mazzetta di banconote. Il bambino non capiva perché non potesse entrare; l’adulto prese i soldi, ringraziò, non fece domande e se ne andò.
Quel giorno ricevettero i soldi ventisei persone.
Dopo il film cambiò la sua immagine di WeChat con quella della poliziotta Judy.
Quella sera le toccai il seno con la mano. Lei mi respinse.
Pensai che non volesse. Ritirai la mano, pronto a dire qualcosa.
Non disse nulla. Si mise a sedere, frugò nella borsa e tirò fuori un sacchettino. Lo aprì: dentro c’era una fila di oggetti che sembravano un minuscolo set di attrezzi.
Disse che le facevano male le unghie.
Guardai. Di solito le tagliavo in fretta con il tagliaunghie; i bordi restavano appuntiti, ma nella vita di tutti i giorni non me ne accorgevo.
Disse: «Vieni qui».
Mi appoggiò la mano sulla coscia e limò le dita una per una.
Prima usò il lato ruvido, poi cambiò lato, poi ancora. Ogni tanto sollevava il dito verso la luce per controllare, quindi ricominciava.
Le chiesi quanto ci sarebbe voluto.
Rispose: «Finché non graffieranno più le persone».
Per tutte e dieci le dita impiegò quasi un’ora.
Nel frattempo mi insegnò che un lato serviva a dare forma, un altro a lucidare e che l’ultimo non andava sfregato avanti e indietro, ma sempre nella stessa direzione.
Dissi va bene.
Quando ebbe finito, mi girò la mano, la controllò e la sfiorò.
Disse: «Ecco fatto».
Poi aggiunse: «Toccami pure, dove vuoi».
A un certo punto disse: «Se un giorno non ci sarò più, non ci sarà più nessuno a lucidarti le unghie».
Sorrisi appena e non risposi.
Dopo tre mesi che ci conoscevamo, feci preparare un dossier. I suoi progetti di quegli anni, i partner, le quote societarie, Jing Guoqing, Tian Xin’ai, tutti i conti collegati, gli appartamenti presi in affitto a Pechino, quelli comprati a Shanghai e altro ancora. Fu pronto in una settimana, più di quaranta pagine. C’erano anche vicende con uomini e donne, ma mi sembravano la parte meno importante.
Alcune cose me le raccontò in seguito, in modo non del tutto uguale a quanto scritto lì. Non dissi niente.
Altre non me le raccontò mai. Non feci domande.
Le credetti completamente.
Conservai quel dossier, e lo conservo ancora.
Ma non credo a una sola parola.
Disse che a Hong Kong c’era troppa gente e che l’avrebbero riconosciuta; dovevamo andare a fare una passeggiata.
Dissi va bene.
Indicò Tenerife sulla mappa.
Dissi va bene.
Uscii per fare una telefonata e, quando tornai, scoprii che quel luogo si trovava nell’Atlantico, al largo della costa nord-occidentale dell’Africa. Il giorno dopo a mezzogiorno partimmo in trenta; un A330 ci aspettava all’aeroporto.
Nella camera da letto dell’aereo mi chiese se il mio nome fosse bello.
Dissi di sì.
Disse che era formato dal cognome di suo padre e da quello di sua madre, non era una coincidenza curiosa?
Dissi che lo avevo ricordato dal primo giorno.
Mi abbracciò e disse: «D’ora in poi non chiamarmi Jingtian. Chiamami mamma».
«Va bene, mamma».
Atterrati, il comandante venne a dirmi: «Capo, all’inizio l’isola non ci lasciava atterrare. Non avevano mai visto un aereo privato così grande».
Anche sull’isola valeva la stessa regola: intorno non doveva esserci nessuno. La mia assistente si occupò di tutto. Questa volta non chiesi nemmeno quante persone fossero.
Il Ritz-Carlton guardava direttamente sull’Atlantico e le vetrate erano enormi. Lei non poteva dormire con nemmeno un filo di luce. La mia assistente ricoprì l’intera stanza con nastro adesivo nero: fuori era pieno giorno, dentro sembrava una cella d’isolamento. Il nastro si staccava dopo essere stato scaldato dal sole, perciò bisognava rifarlo ogni giorno.
Le assistenti erano undici. Arrivavano alle sei e mezza del mattino e se ne andavano solo dopo che ci eravamo addormentati. Due ragazze applicavano il nastro: una si occupava degli infissi, l’altra delle spie del condizionatore e delle prese. Finito il lavoro, controllavano tutto tre volte. Comprarono trenta rotoli e poi altri venti. Scoprirono che il nastro applicato dopo le tre del pomeriggio si staccava più facilmente, perché il vetro era bollente; in seguito cominciarono a farlo al mattino. Nessuno glielo aveva insegnato: lo avevano capito da sole. Ne discutevano tra loro come se stessero studiando un mestiere.
Lei sapeva come si chiamavano quelle due ragazze. Io no.
Ci fermammo sul bordo della strada nel Parco nazionale del Teide per guardare il tramonto; la mia assistente tirò fuori dall’auto delle rose e stappò lo champagne.
Mamma guardò il mare di nuvole e disse che era bellissimo, ma non bello quanto il tramonto di Delingha, nel Qinghai.
Io sono del Qinghai.
Non lo dissi.
Quella notte guardammo le stelle in cima alla montagna, infagottati nei piumini ma ancora infreddoliti.
Mamma disse di esprimere un desiderio.
Le chiesi quale avesse espresso.
Disse che non me l’avrebbe rivelato.
Poi disse che era tutto bellissimo, ma troppo freddo, e propose di andare alle Maldive.
Dissi: «Va bene».
A Tenerife c’erano meno quindici gradi, alle Maldive ventisette. La distanza in linea d’aria era di novemilacinquecento chilometri e il volo durava undici ore. Però l’aeroporto delle Maldive era troppo piccolo, quindi a metà strada dovevamo passare dal nostro aereo a fusoliera larga a uno più piccolo.
Mamma disse che i piccoli aerei facevano troppo rumore. Era meglio quello grande.
Nella camera da letto dell’aereo diretto alle Maldive mi disse che il desiderio espresso era avere un figlio con me. Doveva essere concepito tramite maternità surrogata.
Non le chiesi perché. Pensavo avesse paura del dolore.
A metà volo mamma si alzò all’improvviso per cercare il telefono. Si collegò a Starlink e disse: «Che guaio».
Le chiesi cosa fosse successo.
Disse che qualcuno la stava minacciando; le scriveva da tre giorni e lei non aveva mai risposto.
Le chiesi quanto volesse.
Disse di non intromettermi.
Digitò a lungo, cancellando e riscrivendo. Quando finì, appoggiò il telefono sulla coscia, poi dopo un po’ lo girò per guardarlo di nuovo.
Le chiesi chi fosse.
Rispose che era una persona con cui aveva lavorato prima, del reparto finanziario, finita in prigione dopo essersi presa la colpa.
Una volta uscito non aveva più nessuna strada e doveva assolutamente trovarla.
Le dissi di denunciarlo e farlo arrestare.
Mi guardò. «Non capisci».
Le chiesi se gli avesse dato i soldi.
Disse di sì.
Quanto?
Ottantamila.
Le chiesi se valesse la pena pensarci per tre giorni.
Non rispose.
Per il resto della giornata parlò pochissimo. Si addormentò soltanto dopo l’atterraggio.
La prima cosa ad arrivare a Soneva Jani furono le valigie di mamma. I bagagli di trenta persone non entravano in un aereo piccolo, quindi li divisero su tre voli. Mamma aveva una sola valigia, che viaggiò da sola su un aereo separato: non voleva che fosse messa insieme a quelle degli altri.
Soneva Jani era famosa per il suo motto “no news, no shoes”. Mamma ne fu rassicurata.
Tra maggiordomi dell’hotel, guardie e assistenti eravamo in ventisei, più due operatori di droni che ci seguivano da lontano. Le assistenti ricominciarono ad applicare nastro adesivo: sulle spie del condizionatore, su quelle delle prese, ancora e ancora.
La sera ci scambiammo gli ex come se fossero segnali convenuti, come una dinastia che controlla i nomi delle ere. Mamma non voleva il minimo errore, ma aveva una parola proibita: non si poteva nominare quell’atleta.
Io non lo nominai, anche se sapevo che il tatuaggio sulla schiena di mamma era stato fatto per quell’atleta.
Forse era troppo grande per poterlo cancellare.
Disse che ormai eravamo una famiglia e che i miei genitori avevano fatto tanta fatica a crescermi, quindi dovevo darle la dote nuziale.
Dissi va bene.
Mi diede due nomi, Jing Guoqing e Tian Xin’ai, insieme a due numeri di conto.
Trenta milioni di yuan.
Feci il bonifico. Vidi quei due nomi per la prima volta in quelle più di quaranta pagine.
Dopo un po’ mi porse il telefono. Tian Xin’ai aveva risposto con due caratteri: «Ricevuto».
Una volta mi chiese: «Sai cosa pensavo quando ho capito che mi avresti dato queste cose?»
Le chiesi cosa.
Disse che si era chiesta se, almeno una volta, le avrei detto di no.
Risposi di no.
Disse che allora non c’era divertimento.
Pensai: c’è qualcosa che non posso fare?
Quando mi annoiavo, giocherellavo con quella foto di QQ del 2007 e cercavo di trasferirla su un dispositivo nuovo. Mamma avvicinò la testa e chiese come mai conservassi di nascosto la foto di un’altra donna e chi fosse.
Rimasi in silenzio. Non dissi nulla.
L’immagine era troppo sfocata perché potesse capirlo, così si mise a fare altro.
Quella sera cancellai la foto.
Il giorno dopo la recuperai dal vecchio telefono.
Anche mamma scorreva il telefono senza sosta. Le chiesi cosa stesse guardando.
Disse che non era niente, solo quelle assurdità sulle liti per l’ordine dei nomi nei titoli.
In un film può esserci una sola star al primo posto. Anche tra protagonista maschile e protagonista femminile può esserci una sola persona al primo posto.
Dissi che era una cosa noiosa.
Lei disse di sì. Era ancora più assurdo quando una coppia di attori diventava una coppia anche sul set: quaranta o cinquanta giorni insieme, di solito girando con un uomo, sesso la sera e liti per l’ordine dei titoli durante il giorno.
Dissi che era disumano.
Disse di sì.
Però, finito il film, per quante volte avessero fatto sesso prima, si comportavano come se non fosse successo nulla.
Poi continuò a guardare per un’altra mezz’ora.
Il 2 gennaio 2026, a Soneva Jani, nel nuovo anno, chiesi a mamma di sposarmi.
Avevo deciso la mattina del primo gennaio. L’anello era a Hong Kong. Sull’isola non c’era nessun posto che vendesse anelli, così la mia assistente prese un idrovolante per Malé e tornò nel pomeriggio. L’anello era dentro una busta dell’hotel.
Mamma disse che il diamante era troppo piccolo.
Disse che non importava, in futuro ne avremmo preso uno più grande.
Poi domandò se potevo andare a Pechino.
Rimasi in silenzio.
Pensò che non volessi andarci.
Mamma mi chiese perché fossi così buono con lei.
Risposi che era perché mi piaceva.
Mi chiese se in passato fossi stato così anche con altre persone.
Dissi di no.
Lei sorrise appena e non disse nulla.
Una mattina mi svegliai presto. Lei non era a letto.
Uscii a cercarla. Era seduta sulla terrazza, rivolta verso il mare, che era tutto nero. Non aveva acceso la luce e il cielo non era ancora chiaro.
Le chiesi perché si fosse alzata così presto.
Disse che stava contando i giorni.
Le chiesi per cosa.
Mi disse di tornare a dormire.
Rimasi seduto accanto a lei per un po’, senza sapere cosa dire. Poi tornai a dormire.
Quando mi risvegliai, si era già truccata.
Durante i quattordici giorni alle Maldive nessuno la riconobbe.
La sera del tredicesimo giorno, al ristorante, si tolse gli occhiali da sole. Dopo un po’ tolse anche il cappello e lo appoggiò sul tavolo. Rimase seduta così per tutta la cena. Al tavolo accanto c’era una coppia di anziani tedeschi, il cameriere era singalese e nessuno la guardò più del necessario.
Dopo cena si rimise il cappello.
Mamma disse che dovevamo tornare.
Le chiesi se non avessimo ancora voglia di restare.
Disse che era troppo silenzioso.
Tornati a Hong Kong, mamma incontrò i miei genitori.
Quella sera disse che la famiglia doveva preparare i due incontri tra le famiglie e il matrimonio, e che bisognava sistemare il più possibile. Erano ancora Jing Guoqing e Tian Xin’ai.
Non chiesi perché.
Dissi che ogni carta aveva un limite giornaliero di un milione.
Mamma disse che era troppo lento.
Disse di usare cinque carte.
Cinque carte e due conti, alternandoli. Al terzo trasferimento esitai un momento. Lo completai comunque.
Mamma disse che l’efficienza era troppo bassa.
Proposi di portare i nostri genitori a Hong Kong per il Capodanno cinese.
Disse che quell’anno avevano già programmato di passarlo a Hainan. L’anno successivo, forse.
Durante la Festa di Primavera, sul Victoria Harbour furono sparati i fuochi d’artificio e arrivò un milione di persone. Lei non c’era.
Alle tre del mattino riaccompagnai i miei genitori.
La strada era deserta; al semaforo rosso non c’era nessuna macchina in attesa, ma mi fermai lo stesso.
Mamma disse che non ci saremmo più incontrati per il momento: sarebbe andata subito a Los Angeles per il prelievo degli ovociti. Prima doveva sistemare le questioni che aveva in sospeso.
Mi chiese di nuovo se potevo andare a Pechino.
Rimasi in silenzio.
Non disse cosa ci fosse a Pechino. Non lo chiesi.
Mamma disse che a Hong Kong bisognava comprare una casa a suo nome.
Dissi: «Va bene».
Non ci vedemmo neppure a San Valentino.
Una volta mi disse al telefono che quella mattina le avevano prelevato otto provette di sangue.
Le chiesi se non fossero troppe.
Disse che andava bene.
Le dissi che doveva essere stanca.
Poi parlammo d’altro.
Solo in seguito scoprii che quel tipo di prelievo richiedeva il digiuno e doveva essere fatto il secondo o il terzo giorno del ciclo mestruale: non si poteva sbagliare data. Quella mattina era uscita probabilmente alle sei; a Pechino era inverno e il cielo non era ancora chiaro. In seguito gli esami aumentarono. Lo capii perché nel riepilogo mensile delle fatture dei suoi assistenti comparve una nuova voce. Era comparsa per la prima volta l’anno precedente, con una cifra modesta, qualche migliaio di yuan. Poi arrivò ogni mese, a volte in due o tre fatture. Approvavo rapidamente: per quelle cifre non serviva che controllassi i dettagli. Solo più tardi scoprii che erano prelievi di sangue, sei analisi ormonali, ecografie e AMH. Servivano a capire quanta riserva avesse ancora, quanti ovociti si potessero prelevare e se valesse la pena proseguire.
Tutto questo avveniva a Pechino.
Non sapevo quale ospedale fosse. Non sapevo nemmeno se ci andasse da sola o accompagnata.
Il 25 febbraio atterrò a Hong Kong.
Disse che non sarebbe andata a Los Angeles, a meno che prima non avesse visto la casa di Hong Kong.
Le mandai le foto di una decina di case che avevo guardato negli ultimi sei mesi. Non le piaceva l’aspetto di nessuna. In realtà non ne avevo visitata nemmeno una: la mia assistente le aveva selezionate una per una in sei mesi, poi le aveva mandate a me e io le avevo inoltrate a lei. Una era a Mid-Levels e nel video si vedeva Victoria Harbour al tramonto. In un istante la telecamera tremò e sul muro apparve l’ombra di chi stava riprendendo. Guardai quell’ombra e pensai: chi è questa persona? Quanta strada ha fatto oggi? Quante case ha visto? Sa per chi viene mostrata questa?
Il tempo stringeva. Salì comunque sul G700 diretto a Los Angeles e il 28 febbraio volò a Montage Laguna Beach.
L’ottavo giorno mamma telefonò. Da lei era pomeriggio, da me notte fonda.
Disse: «Cinquanta milioni, in dollari».
Risposi che dovevo pensarci.
Non disse nulla. Sentii il mare dall’altra parte.
Dopo un po’ disse va bene.
Riattaccò.
Da quando la conoscevo non le avevo mai detto «devo pensarci».
Usai Claude Code per leggere le API ed eseguire una verifica di tutte le mie disponibilità liquide. La conclusione fu che per me non avrebbe avuto alcuna conseguenza. Controllai di nuovo. Inserii la domanda in Claude Code e Claude rispose: non darle quei cinquanta milioni di dollari.
Le chiesi se non mi amasse più.
Claude disse che dell’amore non si occupava e non lo capiva, ma che non potevo darle quei cinquanta milioni di dollari.
Non l’avevo mai rifiutata. Non era generosità: era paura. Paura della risposta che sarebbe arrivata un secondo dopo.
Ora qualcun altro aveva parlato al posto mio.
Rimasi a fissare quella riga a lungo. Ciò che mi fece rabbrividire non fu la sua intelligenza, ma il fatto che Claude non avesse esitato nemmeno per un istante.
Non si tormentava.
Pensai che forse quella fosse una forma superiore di qualcosa. Gli esseri umani non riuscivano a comportarsi così.
Non mi amava più?
Il giorno dopo richiamò.
Mamma disse che il mare era immenso.
Le chiesi se fosse vero.
Disse che quel piano era troppo grande e aveva l’eco. La mattina qualcuno veniva a pulire e lei si nascondeva in bagno finché non se ne andava.
Le dissi che potevo chiedere di non farle venire.
Disse che non serviva.
Disse che la clinica le aveva chiesto quando sarebbe arrivato il padre del bambino.
Le dissi che potevo mandare qualcuno.
Disse di no.
Poi mi chiese se avessi deciso.
Non risposi. Non stavo riflettendo; non stavo riflettendo su nulla. Da lei c’era il mare, da me Victoria Harbour, e nessuno parlava. Contai: undici secondi.
Jingtian disse: «Va bene».
Jingtian disse: «Ho capito».
Riattaccò.
In seguito ripensai innumerevoli volte a cos’altro avesse detto in quei due giorni oltre ai cinquanta milioni. Il mare è immenso, questo piano è troppo grande, si nasconde in bagno. Ricordavo tutto, parola per parola. Quello che non riuscivo a ricordare era la sua voce: con quale tono aveva detto «Ho capito»?
Non riuscivo a ricordarlo. Poi smisi di provarci.
Posai il telefono sul comodino, con lo schermo rivolto verso il basso. Poi feci una cosa di cui ancora oggi non capisco il motivo: misi una mano sul petto e contai.
Il battito era regolare.
Contai di nuovo. Era ancora regolare: poco più di sessanta battiti al minuto, senza differenze rispetto al solito. Rimasi seduto con la mano premuta sul petto, come un medico che esamina qualcun altro.
Pensai: ecco com’è.
Per il resto della giornata non feci nulla. Rimasi nella stanza fino a quando fece buio e poi tornò la luce, guardando Victoria Harbour passare dal blu al grigio e poi al nero. Alle sei del mattino, dall’altra parte del porto, i grattacieli del distretto finanziario cominciarono ad accendere le luci uno dopo l’altro. Nel frattempo la mia assistente bussò una volta e chiese cosa preparare per cena. Dissi che non serviva.
Non piansi. Stavo aspettando che arrivasse il pianto.
In seguito la mia assistente venne a chiudere i conti. Tra le voci c’era anche il risarcimento per l’hotel di Tenerife. Dopo la nostra partenza avevano continuato a mettere il nastro per qualche giorno; nessuno aveva detto loro che non era più necessario. L’hotel disse che, dopo tanto tempo e tante applicazioni, i residui sugli infissi non si potevano eliminare e che quella vetrata doveva essere sostituita interamente.
Dissi di approvare.
La vetrata guardava verso l’Atlantico.
La voce del carburante dell’aereo costava più dell’intero piano di Montage. Chiesi spiegazioni. La mia assistente disse che l’A330 era progettato per duecento persone, mentre noi eravamo soltanto trenta: era troppo leggero e il bilanciamento al decollo non tornava. Perciò ogni volta dovevamo aggiungere carburante fino a raggiungere il peso necessario. Arrivati a destinazione, quello in più non poteva restare a bordo e doveva essere scaricato.
Chiesi se succedesse ogni volta.
Disse di sì, ogni volta.
C’era anche una valigia rispedita dalla clinica di Los Angeles: le otto giornate di iniezioni per la stimolazione ovarica, da conservare in frigorifero, tutte ancora sigillate.
E la caparra di duecentomila dollari per l’agenzia di maternità surrogata, non rimborsabile. La madre surrogata era stata scelta già a gennaio: una californiana di trentaquattro anni che aveva già avuto due figli. Nel dossier c’era una sua fotografia. Non l’avevo guardata. Lei era pronta già da gennaio.
Dopo che Jingtian se ne fu andata, tirai fuori e guardai una volta quella fotografia del 2007. Erano passati diciannove anni; la risoluzione dei dispositivi era aumentata sempre di più, mentre quella fotografia sembrava avere sempre meno pixel, il volto ormai tutto sfocato. La ingrandii a lungo, cercando qualcosa di diverso tra lei e la donna di allora. Non trovai nulla. Perché quella fotografia era stata illeggibile fin dall’inizio.
Un giorno mi tagliai le unghie con il tagliaunghie. Dopo aver finito, le toccai: erano appuntite.
Ricordai che nel cassetto c’era ancora quell’oggetto che aveva lasciato.
Lo tirai fuori e limai due volte. Non andava bene. Mi aveva detto di muoverlo in una sola direzione, ma avevo dimenticato quale.
Lo rimisi a posto.
Le mie unghie graffiano ancora.
Una mattina comparve un promemoria sul telefono, impostato l’anno precedente dalla mia assistente quando organizzava il calendario: preparare la stanza tre mesi prima della data prevista per il parto.
Lo eliminai con uno scorrimento.
Dopo che se ne fu andata, continuai a pormi una domanda.
Se quel giorno le avessi dato i soldi, sarebbe rimasta?
Ci pensai a lungo.
Poi tirai fuori quel dossier e lo lessi ancora una volta. Più di quaranta pagine.
Poi ricordai i fuochi d’artificio sul Victoria Harbour, visti dall’ultimo piano, quella sera della Festa di Primavera.
Un milione di persone arrivò come una marea; finiti i fuochi, un milione di persone se ne andò.
Un milione di persone.
Ogni anno era così.
Hong Kong alle tre del mattino,
non era successo nulla.
Fonti
Opera satirica anonima diventata virale su internet nel 2026, riprodotta qui integralmente. Scritta in prima persona come espediente letterario: tutti i fatti, i nomi e i dialoghi sono inventati.